In Brevetti

Da troppo tempo le multinazionali del farmaco sono al centro di polemiche lasciate irrisolte, si parla per esempio di criticità relative ai vaccini, di holding che detengono unitariamente il mercato dell’agricoltura, della veterinaria, dei farmaci a uso umano, si è scritto e detto tanto sulla brevettazione di semi e varietà vegetali esistenti in natura,

tanti rumors che avrebbero richiesto seria e indipendente informazione e serie e indipendenti indagini da parte dei preposti ministeri.

E poi in una società politicizzata finanziata dall’economia spicca, come per i sospetti generati nel caso del covid 19, anche un interesse a capire chi finanzia chi e come, e vale anche per farmaceutiche, chimiche belliche riconvertite, laboratori.

Senza indagare su vicende sulle quali sarebbe più a suo agio Assange, tuttavia corre l’obbligo di un pensiero che in molti nutrono: nazionalizzare le farmaceutiche oppure puntare sulle piccole, locali aziende farmaceutiche mettendole in condizione di fare seria ricerca avendo i mezzi e senza scopi speculativi.

Da qui sarebbe interessante, prendendo le mosse dall’assunto di Trump critico con l’Oms, una riforma sanitaria che stralci via le nomine politiche e che rimetta al centro la cura, non il business, la persona, e seppur puntando sulla specializzazione non tralasci la competenza sul generale, l’esperienza sul campo. Che tornino le nazionalizzazioni di energia e settori strategici, che tornino i crediti di risparmio separati dalle banche speculative, che le banche non siedano nei consigli di amministrazione delle società, che la finanza non possa scommettere sulle vite delle persone che, in tante, dopo il 4 maggio avranno il problema di mangiare. La natura ci insegna la via della redenzione e rigenerazione e la gravità ci dimostra che è caduto Lucifero non Dio e la storia che il Popolo Unito non sarà mai vinto.

Nazionalizzare le industrie farmaceutiche?

 

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