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Mercato USA e Mercato Cinese per l’agroalimentare di qualità? Conta la forma e la pubblicità. Mediamente i consumatori non sono educati ai sapori e comprano i prodotti solo sulla base del marketing e dell’aspetto fashion. In particolare, in Cina chi vuol vendere vino od olio deve investire sul marketing e affidarsi a distributori medi locali che già trattano prodotti stranieri. Il vino in Cina non viene capito e chi vuol fare un regalo importante regala vini francesi e spesso olii spagnoli. Gli Europei in Cina pagano i dazi che non pagano i cileni o gli australiani in materia di vini e spesso le stesse aziende cilene o australiane si affidano ad europei per il marketing perché non vogliono dare l’impressione di vendere prodotti cinesi taroccati. La via della seta perciò è un po’ un fumo negli occhi posto che anche il mercato cinese non è più in così grande espansione e partono containers dalla Cina vuoti in quanto il governo dà incentivi. Perciò, cari imprenditori… iniziate a valutare voi stessi e ad investire in voi stessi prima di inseguire le chimere, a scommettere su di voi, oppure preparatevi a sganciare tanto per un marketing tutto glitter e colori. E a seguito delle ultime nuove del 3.10.2019 provenienti dagli USA dove olio e prosecco sono i soli prodotti dell’agroalimentare per ora esenti da dazi, che invece interessano tutto il settore caseario e degli insaccati e che per il solo Grana Padano prevedono una perdita di 270 milioni, ricordiamo che sia l’export che l’import non esulano da serie valutazioni di geopolitica di cui siamo pionieri e che spesso le aziende sottovalutano.

E’ abbastanza chiaro che Trump non ha gradito la via della seta promossa dal governo italiano e non è favorevole nell’immediato alle politiche europee e infatti l’accordo TTIP non è stato siglato. Solo il Canada ha siglato con l’UE l’accordo CETA, che consente un certo sviluppo del mercato italiano dell’agroalimentare in Canada sul quale quindi si può puntare, anche se -laddove non protetti come proprietà intellettuale-, non si evitano le contraffazioni, posto che solo alcuni marchi e alcune denominazioni di origine e stp in modo molto pregiudicante sono state riconosciute. L’accordo CETA non è infatti un gran risultato per l’enogastronomia italiana, ma lascia comunque aperto il mercato Canadese così che la Regina, che con la Brexit scarica l’Europa, con il Canada e il CETA resta con un piede dentro a dettare le regole. Sarà ora che, quindi, i cavalieri dell’export ripensino a sviluppare il mercato interno in questi scenari o puntino nei settori industriali diversi dall’agroalimentare al Medio Oriente.

D’altronde, questi risultati in qualche modo dipendono anche dallo scarsissimo peso e capacità di condizionamento sui governi da parte della nostra imprenditoria, (fatto salvo l’asservimento di Confindustria a qualunque governo e al globalismo che ha come risultato la svendita dei gioielli nazionali), la quale imprenditoria non si interessa seriamente di politica e spesso solo marginalmente ragiona in termini economici più ampi della propria contabilità interna.

In tutto questo studi di consulenza aziendale e studi brevettuali non sono capaci di strategie serie o indulgono a interessi individuali.  Perciò, le nuove frontiere sono la ricostruzione interna, ove possibile, il Canada, il Medio Oriente (Siria e luoghi della ricostruzione) a seconda dei prodotti che si commercializzano. Meditate e valutate, l’economia gira con la liquidità e la liquidità si ottiene costruendo con politiche responsabili.

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