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Ospitata nelle sale dell’Hotel Cyrano di Saronno Markinvenio Consult s.r.l., società che si occupa a tutto tondo di consulenza in proprietà intellettuale ed industriale, ha organizzato la conferenza dal titolo “Lavoro e Impresa nell’era dell’Industria 4.0: competitività di ricerca e sviluppo nel sentiero della defiscalizzazione e massimizzazione dei profitti.” Il tema è stato introdotto per Markinvenio dall’avv. Francesca Caricato, redattrice per riviste giuridiche ed esperta di proprietà intellettuale. L’avvocato ha sottolineato come obiettivo della società con cui collabora sia sollecitare e stimolare un dibattito culturale ed economico in un periodo di stasi politico-economica ed un reale progetto di ricostruzione economica e sociale. La stessa, nell’introdurre il tema degli altri relatori, ha paragonato il periodo attuale caratterizzato da una forte ingiustizia sociale, dal lavoro concepito in chiave unicamente utilitarista e dal maltrattamento delle giovani generazioni prive di speranze e spesso costrette a sostituirsi all’irresponsabilità dei padri, alla prima rivoluzione industriale descritta da Dickens. Sembrerebbe che tale sistema porti verso il soggiogamento delle masse tramite la meccanicizzazione delle attività o la sottrazione della capacità di pensare, come suggerisce Umberto Galimberti, eppure la soluzione suggerita da entrambi sarebbe la via dell’immaginazione che passa attraverso una cultura plurale e non censurata, perché nessuna invenzione può essere tale se non è capacità di immaginare un futuro ed è questo l’unico modo di competere e di fare innovazione. Ha perciò annunciato altre conferenze che puntano alla cultura come chiave interpretativa dell’innovazione, anche perché l’innovazione, pur se protetta, appartiene all’umanità come diceva Guenon e dovrebbe portare l’individuo non più a dipendere dal lavoro o ad esserne condizionato, in balia di capitali sfuggenti e privi di vincoli propri di uno Stato di diritto al tramonto, capitali che, sebbene favoriti da politiche scarsamente sociali, in Italia comunque non restano con una tassazione al 65% sugli utili che certo rende difficile investire e innovare. A meglio introdurre il profilo storico e i cambiamenti del lavoro in questa fase, è quindi intervenuto il Prof. Zaganella.

Marco Zaganella, direttore della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e docente di Storia economica presso l’Università degli Studi dell’Aquila, dove è componente del laboratorio GISLAB (Globalizzazione, innovazione e sviluppo locale), ha ripercorso il rapporto tra innovazione tecnologica e lavoro in una prospettiva storica. Il dibattito attuale relativo agli effetti dell’automazione sui posti di lavoro non è infatti nuovo. Si pose negli stessi termini già alla metà dell’Ottocento, di fronte al dispiegarsi della seconda rivoluzione industriale. Anche allora si fronteggiarono due schieramenti. Da una parte i “catastrofisti”, i quali ritenevano che le macchine avrebbero sostituito gli uomini. Dall’altra chi intravedeva un futuro più roseo. Tra questi ultimi, di straordinaria attualità è la posizione di Claude-Anthime Corbon, vicepresidente dell’Assemblea Costituente francese del 1848, il quale scriveva che «essendo il lavoro giunto al limite estremo di semplificazione, la macchina prende il posto dell’uomo, e l’uomo riprende un altro lavoro più complesso, che in seguito si sforza di dividere, di semplificare, per farlo ancora divenire lavoro a macchina e così via, di modo che la macchina invada sempre più il dominio del manovale e che, spingendo il sistema fin quasi ai limiti estremi, la funzione del lavoratore diventi sempre più intellettuale». Nei successivi 160 anni le cose sono andate proprio in questo modo. Nell’era dell’innovazione tecnologica l’occupazione è aumentata. Le macchine hanno “umanizzato” il lavoro, sostituendo gli aspetti fisicamente più impegnativi e rendendo il contributo dell’uomo sempre più “intellettuale”. Si tratta di uno sviluppo che, accompagnato alle trasformazioni sociali e culturali della nostra società, ha progressivamente favorito l’aumento dell’occupazione femminile.
Ma l’innovazione tecnologica ha impattato anche su altri altri aspetti del lavoro. Ad esempio sul suo rapporto con il capitale. Nella memoria collettiva– e, purtroppo, in quella di molti sindacati – si è sedimentata una conflittualità tra capitale e lavoro figlia della seconda rivoluzione industriale. Di quando il “capitale” concentrava il lavoro all’interno di grandi stabilimenti, instaurando con esso un rapporto di rigida subordinazione. Lentamente questa situazione si è però evoluta. Con la portabilità di internet il mezzo di produzione è uscito dalla fabbrica ed è nelle mani di ciascun lavoratore. Il lavoro è nelle condizioni di potersi fare esso stesso capitale, tanto che nella vita di molte persone si fa sempre più frequente l’alternanza dell’impiego a carattere subordinato con fasi di lavoro autonomo, se non addirittura con l’avvio di progetti imprenditoriali. Ultimo aspetto trattato da Marco Zaganella è stato il rapporto tra innovazione tecnologica e formazione. Se la seconda rivoluzione industriale e il modello fordista non richiedevano un aggiornamento continuo delle competenze, rimanendo le mansioni le stesse per tutta la vita, a partire dagli anni Settanta/Ottanta l’affermarsi della flessibilità lavorativa, la progressiva globalizzazione dei mercati e la rivoluzione informatica che sta sfociando ora nella quarta rivoluzione industriale, hanno reso il mondo del lavoro estremamente più complesso e ormai in perenne trasformazione, rendendo necessario un processo di formazione continua a cui sia riconosciuta la stessa dignità dell’istruzione iniziale.

Il secondo intervento di Federico Adrodegari, ricercatore dell’Università di Brescia, membro del laboratorio di ricerca RISE (Research & Innovation for Smart Entrerprises), ha approfondito il “paradigma 4.0”. Fenomeni come la globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno radicalmente cambiato la sostenibilità del paradigma economico: le nuove tecnologie digitali, disponibili a prezzi sempre più accessibili (anche) alle PMI, stanno infatti agendo in modo così trasformativo sui prodotti e sulle modalità operative per realizzarli (processi), da innescare una vera e propria nuova rivoluzione industriale. Parliamo dell’Industry4.0.
Tale trasformazione è però da intendersi come un puzzle più completo, dove le nuove tecnologie sono solo una tessera: nuovi modelli di business, nuove relazioni con il cliente e, soprattutto, nuove competenze e ruoli sono necessari per completare il quadro in un’ottica più completa e complessa di Impresa 4.0.
Si tratta quindi della nascita di un nuovo ecosistema, dove le nuove tecnologie 4.0 non possono essere considerati come semplici strumenti. Sono elementi abilitanti di un processo trasformativo dirompente che rivoluziona l’ambiente di lavoro (e di vita) e che richiede anche un cambiamento (spesso significativo) di sensibilità, attitudini e comportamenti. Anche per questo motivo, secondo l’indagine condotta dal Laboratorio RISE, poche sono ancora le aziende che hanno con successo implementato il paradigma 4.0. Oggi non è infatti sufficiente saper etichettare i trend tecnologici e le principali applicazioni digitali, nominare con scioltezza le sigle tecniche, decantare i benefici di una specifica applicazione digitale o essere addestrati al suo utilizzo per sviluppare con successo un’ Impresa 4.0. È infatti necessario poter creare in aziende non solo la conoscenza tecnica delle nuove tecnologie ma anche la consapevolezza delle precondizioni di utilizzo e dei potenziali effetti collaterali delle nuove tecnologie, analizzando e gestendo le implicazioni organizzative e, soprattutto, strategiche che ne possono derivare. Siamo quindi oggi chiamati, come Sistema Paese, ad un autentico nuovo processo di individuazione e formazione delle competenze. Non è un caso che il piano industriale italiano del MISE riserva oggi infatti una posizione di rilievo proprio ai processi formativi volti a plasmare le nuove competenze, testimoniando la forte necessità di agire, e subito, su questo tema. In questo senso, l’Università può quindi agire, come effettivo supporto alle imprese, creando nuovi percorsi formativi in grado di trasferire metodi e conoscenze per guidare la trasformazione e sviluppando una formazione più mirata ed orientata a modelli di interazione impresa-università, nell’ottica di realizzare un’efficace ed efficiente alternanza scuola-lavoro. L’avv. Caricato ha traghettato l’intervento del Prof. Adrodegari evidenziando come i BIZ MODELs, di cui si è fatto cenno nell’intervento dell’esperto, ovvero il business creato dallo scambio e dallo sfruttamento dei beni intangibili come i brevetti e i marchi, possono essere una chiave perché l’Industria 4.0 possa essere ben sfruttata dalle PMI, magari in soluzioni a basso costo di personale grazie alla socializzazione dell’impresa con partecipazioni azionarie. Ha concluso, pertanto, con un intervento molto tecnico e interessante il dott. Marco Bellante che ha introdotto la Digitalizzazione d’impresa.

Il terzo intervento di Marco Bellante, ricercatore all’Università di Torino e CEO della startup innovativa Skillroom s.r.l., uno spin-off del progetto di ricerca originario sviluppato appunto presso l’Università di Torino, ha avuto come focus i finanziamenti per lo sviluppo in senso digitale delle PMI, non ultimo quello Invitalia sulla digitalizzazione d’impresa scaduto lo scorso febbraio. Oltre a mostrare come effettivamente i fondi stiano aiutando anche le piccole imprese, rendendole in parte più performanti, ma purtroppo non più competitive a causa di un lack di formazione e informazione all’interno delle stesse aziende, l’intervento ha messo l’accento su modelli di business intelligence che in buona sostanza vengono ignorati soprattutto dalle PMI, che sarebbero le prime a trarne beneficio. Si è poi spostata l’attenzione su esempi pratici di business intelligence e data mining per la raccolta di informazioni dai vari reparti di un’azienda tipo, mostrando anche schermate di vari software legate a diverse tipologie di azienda, sia commerciali che di sviluppo e produzione. Sono quindi stati richiesti esempi pratici da parte degli astanti con cui è iniziata una vivace discussione sulla gestione di impresa e l’utilizzo di software in ausilio della gestione manageriale. La discussione è stata poi portata su software specifico per le PMI italiane e sui finanziamenti futuri di Invitalia.

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