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Già da qualche tempo le grosse case di moda si stanno attrezzando per fidelizzare il grosso mercato islamico, dove le donne in carriera e di una certa posizione sociale, sarebbero molto interessate al made in Italy di qualità, studiato nel design nel rispetto delle regole di abbigliamento “halal” ovvero modesto.
Si tratta di un business di oltre 2 miliardi di dollari che può avere clienti in tutto il mondo in considerazione dell’alta diffusione della religione musulmana non solo in ambiente islamico.
Le regole di una moda siffatta si impronterebbero al confezionamento di abiti non aderenti e che coprano il corpo. Oltre alla nicchia della moda etica, di cui abbiamo parlato nei nostri precedenti articoli, forse al made in Italy rimane un altro modo di sfruttare e valorizzare la qualità e di reimpiegare l’esperienza, il gusto, l’artigianalità delle zone del tessile che più hanno sofferto la concorrenza e l’invadenza di marchi stranieri o il dumping della produzione delocalizzata poi venduta in ragione del valore del brand.

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